Forte, tosta, indipendente e… morta! È lo slogan che si potrebbe applicare a tantissime protagoniste femminili delle serie TV, soprattutto di recente.
Quante protagoniste negli ultimi tempi sono andate incontro a un tragico destino nel finale delle serie che le avevano consacrate a icone della serialità? Non è poi così difficile ricordare almeno un paio di nomi tra gli show che sono giunti a conclusione negli ultimi anni… addirittura negli ultimi mesi! Pensiamo a Undici di Stranger Things o a Rue Bennet di Euphoria.
Naturalmente ciò non vuol dire che non si possano uccidere personaggi femminili. Il cuore del problema consiste nel modo in cui una scelta del genere viene realizzata e se si concili o meno con la storia narrata per anni.
Chiunque può uccidere un personaggio femminile a patto che sia stato innanzitutto prima sviluppato. Deve aver avuto uno scopo nell’economia della narrazione e, se si tratta di una protagonista che compie un sacrificio, deve svolgere un ruolo attivo in esso. La morte di un personaggio non può mai essere immotivata, ma se si tratta di una donna si aggiunge un ulteriore tassello: la sua morte non dovrebbe mai avere il solo proposito di motivare il protagonista maschile ad agire. Eppure accade tante volte.
Il cliché delle “donne nel congelatore”
Uno degli espedienti più noti è quello delle cosiddette “Women in refrigerators”, personaggi femminili a cui non è concessa alcune reale opportunità e che il pubblico deve conoscere attraverso il dolore del protagonista maschile. Sono il motore delle azioni di vendetta degli uomini, fanno sì che possano diventare più forti o accettare di compiere il proprio destino. Uno dei primi esempi è Gwen Stacy nei fumetti di Spider-Man, ma potremmo citarne a bizzeffe, da Rachel Dawes nella Trilogia del Cavaliere Oscuro a Jess e Mary in Supernatural.
L’obiezione riguardo a queste ultime potrebbe sorgere spontanea: il caso di Supernatural non è forse diverso? Dopotutto, la morte di Mary è il motore che dà avvio alla storia e quella di Jess fa sì che Sam torni a cacciare insieme al fratello, alla ricerca del padre scomparso. Tuttavia riesce comunque a cadere a pie’ pari nella trappola, perché il cliché delle “Women in refrigerators” le vuole esattamente così: donne morte che spingono gli uomini a reagire e cercare vendetta.
In tutto ciò, potremmo chiederci dove si collocano le già citate Undici e Rue, perché a conti fatti le loro morti, avvenute nel finale di Stranger Things e Euphoria non non possono essere messe a paragone con quelle di Mary o Jess. La dipartita di Undici e Rue arriva dopo episodi di caratterizzazione e sviluppo, dopo aver conosciuto a fondo le loro speranze e i loro desideri. E tuttavia riescono comunque a far discutere, perché sono personaggi che meritavano di meglio e finiscono invece per promuovere il solito, trito e ritrito messaggio per cui l’unico finale possibile per una donna (e per tutti quei personaggi scritti con codici femminili) sia la morte… o qualcosa che si ci avvicina pericolosamente.
Un cambiamento, qualche tempo fa, sembrava esserci stato, quasi Hollywood avesse deciso di ascoltare le richieste di un pubblico sempre più vasto ed esigente, stanco di vedere le donne in TV relegate al ruolo di madre, moglie o fidanzata in pericolo. La richiesta di figure femminili sfaccettate, che sapessero stare in piedi da sole come Buffy o le sorelle Halliwell è stata però accolta solo in parte, qualcosa nella comunicazione è andato storto, c’è stata un’interferenza perché dall’altro capo quell’esigenza è stata recepita come un rifiuto categorico nei confronti di qualsivoglia relazione emotiva e affettiva.
Abbiamo vissuto allora un’epoca della serialità americana in cui il tentativo di proporre protagoniste forti e indipendenti che non hanno bisogno di un uomo ha condotto a un’altra problematica, che trova la sua massima espressione nel finale della serie revival di Veronica Mars.
Rob Thomas, in una replica perfetta della satira degli opinionisti in papillon che in Bojack Horseman discutono sul diritto di aborto delle donne, ha dimostrato di aver appreso dal femminismo la lezione sbagliata, decidendo che la nostra detective preferita sarebbe stata più tosta se non avesse avuto nessuno al suo fianco.
“C’è una ragione per cui non vediamo molti detective davvero tosti in TV insieme ai loro fidanzati o alle fidanzate”, ha detto a EW.
Insomma, a farne le spese alla fine restano sempre le donne. Realistico, giusto? Ma contrariamente a ciò che crede Sam Lavinson (ha dichiarato al New York Times: “Il finale onesto è che le persone come Rue non ce la fanno”), non è ciò che la maggioranza degli spettatori cerca nella TV. Ciò che vogliamo è evasione dalla realtà, una via di fuga che ci permetta di dimenticare la stanchezza di una lunga giornata di lavoro per un paio d’ore.
E dopo tutte le Marissa Cooper, Jen Lindley e Vanessa Ives, Sabrina Spellman e Daenerys Targaryen, Padmè Amidala e Toda Mariko, ci viene ancora ricordato che una protagonista in TV, soprattutto se scritta da un uomo, con ogni probabilità morirà.
Se sei una donna… muori: il tragico destino delle protagoniste femminili nelle serie TV
Il pubblico è sempre più attento a questo genere di narrazione, soprattutto quando casi su casi sembrano accumularsi l’uno sull’altro a distanza sempre più ravvicinata, quasi ci fosse in giro un serial killer delle donne in TV che si lascia dietro una scia di cadaveri.
Una simile situazione poteva forse passare inosservata? Il pubblico più attento non ha potuto esimersi dall’esternare la propria frustrazione nei confronti di questo genere di narrazione e ha notato che le storie delle protagoniste femminili continuano a dividersi quasi tutte in tre categorie: c’è un finale tragico, ma lei continua a vivere, o c’è la morte. Esiste una terza opzione, proposta come unica alternativa felice: il matrimonio.
La conclusione di Veronica Mars rientra nel primo caso, con la protagonista costretta a perdere per l’ennesima volta una persona che ama. Nel finale di Euphoria, Rue Bennet muore dopo una vita breve e segnata dalla difficoltà di superare la dipendenza da sostanze. Si tratta di due finali terribilmente amari, ma a volte le cose vanno un po’ meglio e la protagonista di un racconto si sposa o, peggio, abbandona le proprie ambizioni per un uomo. È successo quando Rachel Greene è scesa dall’aereo e continua ad accadere, quasi che alle donne sia preclusa la possibilità di essere felici con un finale differente.
Ciò non significa che ogni eroina debba necessariamente sopravvivere, ottenendo il suo “e visse per sempre felice e contenta”. Il problema risiede nel fatto che personaggi costruiti con una straordinaria profondità psicologica ricevano poi finali piatti, che sembrano quasi sminuire e rinnegare il percorso che hanno impiegato intere stagioni a intraprendere. Non siamo allora di fronte a spettatori che non riescono ad accettare la morte del loro personaggio preferito, la frustrazione nasce in risposta al modo in cui quella morte ci viene presentata. Pensiamo di nuovo a Undici o a Sabrina Spellman: le loro morti vengono proposte come inevitabili, come una specie di sacrificio nobile e necessario che, tuttavia, non serve davvero alcuno scopo.
A distanza di oltre un secolo, di fronte alla morte di Daenerys e compagne, uccise nel peggiore dei modi e tradite da una scrittura che le ha massacrate, spogliandole della loro complessità, ci troviamo a ripensare a quella cinica frase di Piccole donne: “E se la protagonista è una ragazza, assicurati che alla fine sia sposata. O morta».
A dare voce e forma a questa frustrazione collettiva è intervenuta la scrittrice giapponese Aoko Matsuda nel suo libro La donna muore. Con ironia tagliente, Matsuda non si limita a decostruire pezzo per pezzo l’abitudine narrativa di usare la morte femminile come mero espediente letterario, ma commenta anche altri cliché ai danni delle donne.
La donna muore.
Muore per creare un colpo di scena. Muore per far progredire la narrazione. Muore per ottenere un effetto catartico. Muore perché a nessuno è venuto in mente cos’altro farne di lei. Muore perché non c’erano idee migliori per la storia. Muore perché la sua morte era l’idea migliore che chiunque potesse avere. […] La donna muore affinché l’uomo possa rattristarsene. La donna muore affinché l’uomo possa soffrire. Muore per dargli un destino. Muore affinché lui possa cadere nel lato oscuro. Muore affinché lui possa lamentarsi della sua morte. Mentre lui se ne sta lì, traboccante di dolore, traboccante di vita, la donna giace lì in silenzio.
Attraverso una sintesi spietata, Matsuda ci mette di fronte a una scomoda verità: la morte di una donna sullo schermo o sulla pagina è spesso ridotta a uno strumento passivo, un sacrificio che nega al personaggio femminile il diritto di esistere, invecchiare o trionfare alle proprie condizioni.
Ma la morte non è l’unico vicolo cieco in cui gli autori tendono a spingere i personaggi femminili quando non sanno più come gestirli. L’abbiamo già detto, c’è l’altro lato della barricata, la sponda felice ma altrettanto limitante che Matsuda descrive subito dopo, quella forzatura che pretende di risolvere ogni complessità e ambizione femminile con il lieto fine più antico del mondo. Che cosa succede? Succede che la donna si sposa.
Si sposa per far passare la storia alla fase successiva. Si sposa affinché le cose possano concludersi con un bel finale. Non sapete come concluderla? Niente paura! Una scena di matrimonio fa sempre al caso vostro. Tutti amano un bel matrimonio. Non c’è davvero finale migliore. E così la donna si sposa. Si sposa perché non hanno mai davvero capito come sviluppare il suo personaggio. Si sposa perché non serve più. Si sposa perché non avevano più voglia di scrivere una trama a parte per lei. E poi, dai, che c’è di male? È sposata, per l’amor del cielo! Deve essere felice.
La dicotomia è molto interessante, perché mostra come l’industria dell’intrattenimento si sia adagiata su binari prestabiliti. Quando gli sceneggiatori non sanno come gestire l’indipendenza, la rabbia, il trauma o semplicemente il futuro di una donna complessa, scelgono una via facile. E che sia la morte o il matrimonio con l’eroe della storia poco cambia perché in entrambi i casi l’identità del personaggio viene estirpata e diventa un monumento alla memoria o alla stabilità domestica.
Il pubblico però ora vuole qualcosa di diverso, vuole donne che possano sopravvivere ai propri traumi e che ottengano un finale che appartiene a loro e a nessun altro. È davvero una richiesta tanto assurda?