Chi come noi bazzica nella community di Shadowhunters da un po’ sa bene che sono numerosissime e all’ordine del giorno le discussioni online sui confronti tra le numerose saghe scritte da Cassandra Clare.
La ragione è che la scrittrice tende a riproporre in ogni sua creatura i medesimi archetipi: il bello e dannato, l’amore impossibile, l’outsider e così via. Diventa quindi inevitabile paragonare i personaggi di The Mortal Instruments a quelli de Le origini o di The Dark Artifices: Emma Carstairs è lo specchio di Will, che è a sua volta quello di Jace; Jem è ispirato ad Alec, Tessa è una rivisitazione di Clary.
Nonostante chi scrive ritenga abbastanza fastidioso il modo di fare di Clare, che non riesce a lasciar andare i suoi personaggi ripresentandoli in tutte le salse in tempi e luoghi diversi cambiando solo i loro nomi, la maggior parte del fandom vede ne Le origini una versione riveduta e corretta della saga principale. L’amore che i lettori nutrono per il prequel di The Mortal Instruments si fa sentire in maniera particolare quando si tratta di Will, ritenuto dai più un protagonista molto più affascinante e sfaccettato di Jace.
Partendo dal presupposto che i due Herondale condividono oltre che il sangue anche il sarcasmo, la paura delle oche (?), l’apparente freddezza e la sensazione di dover portare il peso del mondo sulle proprie spalle, ci sono dei dettagli anche piuttosto importanti nel loro vissuto che ci fanno protendere più per Jace che per Will.
Un’opinione impopolare, la nostra, che proprio per questo merita un approfondimento.
Le ragioni di Jace Herondale
Uno degli argomenti più dibattuti nel paragone tra Will e Jace riguarda la loro attitudine schiva e la diffidenza nei confronti del mondo che li circonda.
I lettori delle Shadowhunters Chronicles non hanno dubbi sul fatto che, a differenza di Jace che non ha scuse per il suo comportamento, l’arroganza, le battutine al vetriolo e il muro che pone tra se stesso e gli altri siano del tutto giustificati quando si tratta del suo antenato.
In Shadowhunters – Le origini, scopriamo che Will ha trascorso i primi dodici anni della sua vita insieme alla propria famiglia tra i mondani, ma si è sentito costretto a rifugiarsi nel mondo delle ombre quando ha creduto alle menzogne di un demone che gli aveva fatto credere di averlo maledetto.
Convintosi di essere un pericolo mortale per tutti coloro che amava e che lo amavano, il ragazzino trova nell’Istituto di Londra un rifugio, ma si ripromette di non legarsi mai a nessuno tranne che a Jem, la cui aspettativa di vita è già molto breve e la cui morte non sarà da imputare alla maledizione di Will. I due nephilim diventano così parabatai e Jem “il più grande peccato” del giovane Herondale.
Il distacco emotivo e il fare irruento di Will vengono quindi giustificati dal fandom di Shadowhunters a causa della presunta maledizione, mentre Jace, che non ha alcun impedimento fisico o sovrannaturale a tenerlo alla larga dagli altri nephilim non avrebbe alcun motivo per comportarsi come “un adolescente angosciato che non riesce ad affrontare i suoi demoni e preferisce rifarsi insultando il prossimo”.
Solo che Jace di ragioni ne ha eccome! Non arrivano da un demone né da una maledizione, ma forse sono ancora più profonde e complesse perché derivano direttamente da suo padre. Perché se è vero che Will si sarà sentito tremendamente in colpa e isolato dal resto del mondo, lo è altrettanto che per tutta l’infanzia e parte dell’adolescenza sia stato avvolto dal calore della sua famiglia e che nessuno abbia mai smesso di volergli bene. Dopotutto la sua stessa sorella ha letteralmente dato la vita per salvarlo! Cos’ha conosciuto invece Jace per i primi nove anni della sua vita? L’alienazione dal resto del mondo, un’impostazione da soldato, la fredda mano di Valentine che lo colpiva ripetutamente in pieno volto, la morte del suo adorato falco come lezione per imparare che amare è distruggere ed essere amato significa venir distrutto, il trauma di vedere il suo stesso padre ucciso brutalmente.
La verità è che Valentine ha reso la vita di Jace una vera e propria tragedia fin dalla nascita, quando lo tirò fuori dal grembo materno di una Celine già morta. E, con fare subdolo, ha continuato a farlo facendogli credere che la violenza inflittagli fosse una forma d’affetto e che le punizioni e i piccoli premi che di tanto in tanto gli concedeva quando si dimostrava un degno erede dei Morgenstern fossero due facce della stessa medaglia.
Con un vissuto del genere, come poteva Jace non indossare una corazza che lo proteggesse e non lo lasciasse ferito ancora una volta? Essere accolto con calore nella famiglia Lightwood gli salva la vita, certo, ma non cancella anni di continui abusi fisici e psicologici. I lettori delle Shadowhunters Chronicles non possono pretendere che Jace smetta di essere un bambino vittima di violenza domestica dall’oggi al domani, che la vita con Valentine venga immediatamente dimenticata, che la gratitudine verso i Lightwood basti a sradicare i malsani insegnamenti di suo padre. Non funziona così ed è per questo che le ragioni di Jace nell’essere Jace sono valide quanto e più di quelle di Will.
E tornando dunque al confronto con l’Herondale della Londra vittoriana, c’è ancora un’ultimo punto da analizzare in riferimento alle opinioni più popolari dei lettori.
La maggior parte di coloro che hanno letto entrambe le saghe di Cassandra Clare ritiene non solo Will superiore a Jace, ma anche il rapporto del primo con Jem rispetto a quello dell’altro con Alec (e con Isabelle).
Secondo i più, il legame tra i tre Lightwood non è neanche lontanamente paragonabile all’amore che unisce i protagonisti di Shadowhunters – Le origini perché Jace, il villain designato dai fan del mondo delle ombre, non ha mai mostrato di tenere davvero al proprio parabatai.
Per come la vediamo noi, Jace e Alec non sono Will e Jem non perché abbiano un rapporto meno solido, ma semplicemente perché i sentimenti che li uniscono hanno un’accezione differente: i personaggi del prequel hanno un legame che osiamo definire di natura romantica (Will, Tessa e Jem intrecciano praticamente una relazione poliamorosa) mentre Jace, Alec e Izzy sono fratelli. E non c’è un sentimento più forte o più debole dell’altro: che sia romantico o fraterno, l’amore resta amore.
La differenza del modo in cui Will e Jace si approcciano ai rispettivi parabatai risiede ancora una volta nel loro background: se Will può essere se stesso con Jem ed esprimergli tutto il suo affetto senza problemi (perché in fin dei conti la maledizione non ha mai cambiato il suo buon cuore) Jace un lusso del genere non se lo può concedere altrimenti finirebbe per crollare. Ma da un personaggio che interiorizza le emozioni come lui, l’amore lo possiamo leggere nei più piccoli dettagli: nel modo quasi infantile in cui è legato al pugnale regalatogli da Alec, nella delusione cocente quando pensa che il fratello gli abbia voltato le spalle per il Conclave, nella disperazione di vedere il suo parabatai ferito gravemente tanto da non curarsi per un momento neanche di Clary, nel desiderio inespresso di confessare a lui e a Izzy quanto contino per lui prima della battaglia di Città di Cenere, nella tenerezza con cui infine riesce a chiedere loro ad alta voce di non lasciarlo mai.
Jace non è perfetto: è irruento e scostante, è una testa calda e lascia spesso che siano rabbia e frustrazione a governarlo, ma è un personaggio a tutto tondo, con pregi e difetti, stratificato, in costante evoluzione e – concedetecelo – decisamente più interessante di Will.