Il conte di Montecristo recensione
0 9 min 2 anni

Nell’aprile del 2024 Elio Germano si esprimeva così nei confronti del doppiaggio in un’intervista rilasciata al podcast Super Otto di CiakClub: “Con tutto l’amore e la stima per i doppiatori che abbiamo in Italia, i film sono ripresi in audio e in video, quindi vanno visti così. Metterci una voce sopra la trovo una cosa veramente assurda, anche rispetto al meccanismo del cinema, la magia della macchina da presa, cioè la possibilità di riprendere il qui e ora”.

Germano aveva aggiunto: “Doppiare è una cosa assurda anche rispetto al lavoro degli attori, il nostro lavoro passa per dei suoni che non sono solamente il senso semantico della parola, cioè quello che diciamo. Ma sono dei rumori del nostro corpo, delle vocali. Per noi è difficile ritrovare quella condizione di vissuto quando ridoppiamo alcune parti dei nostri film. Se uno ama il cinema è impossibile vederlo doppiato”.

La dichiarazione ha trovato terreno fertile online, con il pubblico diviso in due fazioni: da un lato chi è a favore del doppiaggio, dall’altro chi proprio non lo è e ritiene debba essere abolito.

Si tratta di un argomento che, come sempre sui social, torna ciclicamente senza spegnersi mai del tutto. Bene lo spiega il direttore del doppiaggio e consigliere dell’Adid (Associazione direttori italiani di doppiaggio) Gianni Galassi su The Hollywood Reporter Roma: “Sono 84 anni che questo discorso ogni tanto torna a galla il primo fu Michelangelo Antonioni nel 1940, e lui la pose a un livello culturalmente credibile anche assumendo una posizione personale contraria (…) c’era una velata polemica alle disposizioni del governo fascista che proibiva la diffusione di film parlati in lingue differenti dall’italiano. Quindi lì c’era un nodo politico, oltre che socioculturale”.

Trascorsi così tanti anni, però, dobbiamo guardare al doppiaggio non più come a uno strumento usato per veicolare solo un certo tipo di messaggio, ma come a un’opzione di poter fruire di un’opera in una lingua più accessibile.

Il doppiaggio è un compromesso

Quando abbiamo incontrato Daniele Giuliani (voce di Jon Snow) nel 2017, ci aveva già spiegato cosa significa doppiare un film o una serie in italiano. “Tradurre un testo è scendere a un compromesso“, diceva e dopo l’intervento di Germano ha riconfermato questa idea. Il doppiatore ha affermato che “il doppiaggio è un’opera di traduzione” e che film, serie e opere d’animazione vengono trattate esattamente come una testo di letteratura. “Noi tutti conosciamo Guerra e Pace, ma mica lo abbiamo letto in russo, lo leggiamo tradotto e non ci scandalizziamo per questo”.

Ed è proprio da qui che dobbiamo partire per comprendere perché il doppiaggio è necessario. Esattamente come accade con la letteratura, con la traduzione che consente a chiunque, al di là della lingua parlata, di fruire di un testo, il doppiaggio offre l’occasione a un pubblico eterogeneo di godere di un’opera audiovisiva.

Naturalmente, chiunque voglia vedere un film in lingua originale, resta liberissimo di scegliere di farlo (chi scrive preferisce la lingua originale) e la TV e il cinema dovrebbero rendere l’opzione sempre disponibile. Ma abolire il doppiaggio come qualcuno auspica non è la soluzione ideale.

Attraverso il doppiaggio, infatti, film e serie in tutte le lingue diventano accessibili a tutti, anche a chi una seconda lingua non la parla, a chi fatica a stare dietro ai sottotitoli, a chi ha problemi di vista, a persone dislessiche o con disturbo dell’attenzione, ai bambini, a chi semplicemente non vuole vedere serie e film in originale.

L’idea che queste persone vengano private dell’accesso alla TV o al cinema è non solo elitaria, ma anche pericolosa, perché l’arte e la cultura devono essere sempre accessibili a chiunque, pur se attraverso un diverso canale.

Il conte di Montecristo su RaiUno e l’impossibilità di scegliere la lingua originale

Il problema nasce quando non ci viene offerta nessuna opzione. Il caso del Conte di Montecristo su RaiUno è emblematico, perché la serie con Sam Claflin, attesissima da tempo, è stata disponibile solo doppiata in italiano per i primi due appuntamenti.

Naturalmente la scelta ha riacceso il dibattito sul doppiaggio, dando vita a tutta una serie di proteste che, in alcuni casi, sono risibili. Parliamo di chi lamenta una differenza nel timbro della voce dei personaggi. E se nel caso di Sam Claflin potrebbe anche essere vero, diversa è la questione per gli attori italiani coinvolti nel progetto. Perché? Beh, si doppiano da soli!

Ciò non significa tuttavia che il doppiaggio italiano sia sempre perfetto…

I problemi del doppiaggio italiano e l’adattamento dei dialoghi negli anime

Il doppiaggio è un grande vanto tutto italiano. Quando si dice che abbiamo i doppiatori migliori al mondo, è vero. In Italia il mestiere del doppiatore è antico e non si può improvvisare. È un lavoro che richiede studio, impegno, dedizione, cura ai dettagli e un continuo migliorarsi e mettersi alla prova.

Ma i doppiatori non sono da soli nel processo che porta opere di tutto il mondo in Italia. Una delle fasi principali del lavoro di doppiaggio è l’adattamento dei dialoghi. È quella tappa che si occupa, appunto, di adattare i copioni in toto, inclusi modi di dire, giochi di parole e quant’altro dalla cultura di partenza a quella di destinazione. Si tratta forse del momento più delicato del doppiaggio perché, come diceva Giuliani nel 2017, esistono casi in cui le traduzioni, quando adattate, perdono completamente il senso originale trasformandosi in qualcosa di diverso. Uno dei casi più discussi è il titolo di Eternal sunshine of the spotless mind, reso in italiano nel terribile Se mi lasci ti cancello, che dona al film un’aura completamente differente rispetto all’intenzione originale.

Questo tipo di atteggiamento, da parte di adattatori e dialoghisti, ha avuto forti ripercussioni soprattutto sulla produzione animata giapponese, vittima di un tipo di adattamento e di censura che hanno stravolto il senso della trama e dei dialoghi.

In Italia, molto a lungo, si è creduto che i prodotti d’animazione fossero destinati esclusivamente a un pubblico di bambini in età scolare, ma oggi sappiamo che gli anime (e i manga cui sono generalmente ispirati) si rivolgono invece a un pubblico variegato di tutte le età. Il risultato di quella convinzione è una serie infinita di censure che hanno coinvolto non solo il video (ricorderemo per sempre i fermo-immagine del finale di Petali di Stelle per Sailor Moon), ma anche i dialoghi degli anime trasmessi in Italia. Sarebbe troppo lungo approfondire e analizzare tutti i problemi del doppiaggio degli anime (e delle serie TV) negli anni Novanta e nei primi Duemila, ma l’idea generale basta a far capire che è forse proprio a causa di queste premesse se esiste ancora un certo timore nei confronti dei prodotti doppiati in italiano.

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