Quando, nel 2015, Una vita come tante di Hanya Yanagihara è giunto alla pubblicazione, è diventato in breve tempo un vero e proprio caso editoriale.
Un romanzo imponente, di quasi mille pagine, divenuto popolare grazie al passaparola e poi esploso sui social, tra reading vlog e video reaction di lettrici in lacrime. Definito un classico contemporaneo della letteratura mondiale, Una vita come tante è un libro controverso, capace di suscitare reazioni diametralmente opposte: c’è chi lo ama, chi lo odia, e chi lo ama e lo odia al contempo.
Una vita come tante di Hanya Yanagihara, un romanzo divisivo
Dopo mesi a tergiversare, indecisa se leggerlo o meno, mi sono finalmente fatta coraggio. Ho letto Una vita come tante e ho finalmente capito perché è un libro così polarizzante.
La storia, che tra flashback e presente copre un arco di tempo di circa cinquant’anni, è l’epopea di Jude St. Francis, giovane uomo che vive in punta di piedi, tra silenzi, segreti e un dolore inimmaginabile alle spalle.
Venduto spesso come un romanzo lgbtqia+ o come uno basato sul valore dell’amicizia, il bestseller di Hanya Yanagihara è anche questo, ma è soprattutto un’immersione nella sofferenza, nella resilienza, nel degrado e nella cattiveria umana.
Pornografia del dolore…
La principale critica mossa al romanzo riguarda proprio l’esasperazione delle tribolazioni vissute dai personaggi, che finisce spesso per trasformarsi in una sorta di pornografia del dolore. Yanagihara si accanisce a tal punto sul protagonista da rendere difficile, se non impossibile, sospendere l’incredulità quando si legge.
Non tanto perché le esperienze traumatiche di Jude siano praticamente infinite, quanto perché, a un certo punto, accumularne altre non aggiunge più nulla al personaggio. L’empatia tra il lettore e Jude si è già ampiamente stabilita e si comprende perfettamente perché sia diventato l’uomo che è.
Ora, che sia cresciuto in un monastero nel quale ha subito abusi, che sia stato avviato alla prostituzione da uno dei monaci, che abbia continuato su quella strada, l’unica che conosceva, anche in solitaria, che da adulto abbia scelto una relazione violenta o che utilizzi l’autolesionismo come meccanismo di coping… è devastante, ma è anche in qualche modo credibile perché ogni piccolo tassello aggiunto a questo monumentale puzzle che è Jude si lega all’altro per un rapporto di causa ed effetto.
Da un certo punto in poi, però, il romanzo subisce una battuta d’arresto. Jude diventa praticamente una calamita per ogni sadico che incontra. Era necessario il periodo in orfanotrofio segnato da ulteriori vessazioni? E il rapimento e tentato omicidio? I problemi di deambulazione, le infezioni, l’amputazione di entrambe le gambe, i disturbi alimentari e perfino la morte del suo compagno proprio nel momento in cui raggiunge una seppur precaria stabilità emotiva?
Ed è qui che, purtroppo, il romanzo oltrepassa il limite: non è più soltanto il dolore di Jude a essere esasperato, ma la sua stessa storia. L’impressione è che Yanagihara non abbia più bisogno di raccontarci altro per farci comprendere quanto Jude sia stato ferito, ma che continui a farlo ugualmente, come se aggiungere un’ulteriore fonte di dolore renda lo stesso più valido, come se anche un singolo evento traumatico non sia già abbastanza per intaccare per sempre la salute mentale e la psiche di un essere umano. Che abbia subito violenza da dieci, venti o cento uomini diversi, che ci sia un’escalation negli atti di sadismo che lo colpiscono non ci rende più o meno vicini a Jude, perché lo siamo già, partecipiamo del suo dolore col primo dei suoi aguzzini così come con l’ultimo.
Proprio per questo, invece di aumentare l’impatto emotivo, l’ennesima tragedia rischia di ottenere l’effetto opposto e allontanare dalla storia.
… O capolavoro editoriale?
C’è, tuttavia, un aspetto molto interessante nella faccenda. Il fruitore del romanzo si rende perfettamente conto di essere manipolato emotivamente dalla scrittrice. Eppure in qualche modo il vincolo tra romanzo e lettore si assottiglia ma riesce a non spezzarsi (come invece accade in altri casi analoghi – This Is Us, ad esempio, per quel che riguarda chi scrive), l’immersione nella storia non viene meno e il romanzo continua a reggere malgrado le sue incredibili forzature.
Nonostante sia troppo, troppo prolisso, troppo doloroso, troppo esagerato, troppo tutto, Una vita come tante è una lettura talmente viscerale che tiene il lettore incatenato alle sue pagine, dalla prima all’ultima.
Per Judy diventi una madre, un padre, un fratello, una sorella, un amico, un protettore. Perché è impossibile non sperare fino alla fine nel suo riscatto, perché vorresti entrare all’interno del romanzo e urlargli quanto sia meraviglioso, quanto meriti di essere amato, di vivere, quanto l’idea che ha di sé sia lontanissima dalla realtà. Perché in mezzo a tutto quel male c’è anche tanto, tanto bene. Per le seconde possibilità. Per l’amore e la tenerezza che Willem, Harold e Julia, Andy, Malcolm e JB e tutti i suoi amici nutrono nei suoi confronti. Perché nonostante il finale sembri suggerire il contrario, non si può negare l’impatto che tutti loro abbiano avuto nella vita di Jude. Amarlo come un compagno, come un figlio o come un amico non è stato vano, non è stato un fallimento solo per il modo tragico in cui è andata a finire.
Per dirlo con Doctor Who, “le cose buone non sempre attenuano le cose cattive, ma viceversa, le cose cattive non necessariamente rovinano le cose buone e le rendono irrilevanti“.
Hanya Yanagihara è, purtroppo, bravissima a tenerci incollati alle pagine del suo romanzo, che diventa quasi un lunghissimo flusso di coscienza di Jude, che si ferisce per non ferire gli altri, si sente perennemente inadeguato, inutile, goffo, un mostro, qualcuno che suscita ribrezzo, che si recrimina ogni scelta compiuta e si colpevolizza per cose per le quali non ha alcuna responsabilità, che sceglie di credere alle menzogne che i suoi aguzzini gli hanno insegnato sul proprio conto piuttosto che a chi lo ama senza chiedergli nulla in cambio, che solo alla soglia della mezza età si concede il lusso di essere un bambino.
Entriamo talmente tanto nella mente di Jude, impariamo a conoscerlo così intimamente, per cinquantatré anni di vita (che si percepiscono tutti, dal primo all’ultimo), che quelle reazioni viscerali, quel pianto dirotto visto sui social diventano inevitabili per chi legge.
Una vita come tante: leggerlo o no?
Ma per tornare alla questione d’apertura, Una vita come tante va letto assolutamente o evitato come la peste? È un capolavoro o pornografia del dolore? Non c’è una risposta univoca. Io per lo meno non so darla. Direi che la verità sta nel mezzo, ma non è del tutto vero neanche questo. Forse sono vere entrambe le cose allo stesso tempo.
Le critiche di chi non lo apprezza sono valide e condivisibili, e si potrebbero aggiungere tra gli aspetti negativi anche lo sguardo morboso su alcune scene di violenza che si ripetono all’infinito, la demonizzazione della terapia, il classico finale punitivo per la coppia queer e lo stereotipo dello shaggy dog che ha passato le pene dell’inferno e trova pace solo nella morte.
Di contro, però, ci sono altrettanti motivi di vanto per il romanzo: dalla caratterizzazione dei personaggi, che sembrano così reali nei loro sbagli e nella superficialità di alcune scelte, ai rapporti complessi che li legano, dal fatto che – privo com’è di riferimenti temporali precisi – sia una storia intramontabile, alla penna di Yanagihara, che riesce a farti divorare un “mattone” pesantissimo nonostante le tematiche trattate siano molto forti.
C’è un dettaglio in particolare che funziona alla perfezione. Jude ci viene svelato a poco a poco, molte parti della sua vita restano un mistero per più della metà del romanzo. Ci sono continui salti avanti e indietro nel tempo che ci spingono a volerne sapere sempre di più e ad andare oltre la ripetitività di nomi, feste e abitudini dei personaggi.
E allora il mio consiglio spassionato è: leggetelo, perché ne vale la pena pur solo come esperienza di lettura, per comprendere i motivi per cui Una vita come tante sia diventato un caso editoriale, perché è un libro che tocca come pochi altri.
Ma andateci cauti, con la consapevolezza che di violenza eccessiva, fisica e psicologica, ce ne sia fin troppa, che l’accanimento verso Jude si spinga ben oltre i confini di ciò che è lecito, persino per un’opera di finzione, che sia (anche) pornografia del dolore.
Arrivate alla lettura preparati, scoprite i trigger warning, leggete Una vita come tante solo se e quando vi trovate in un momento di stabilità emotiva perché vi farà arrabbiare, soffrire, disperare, urlare, vi strazierà l’anima in mille pezzi e non vi chiederà mai scusa per averlo fatto.
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