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Con la sua Odissea, Christopher Nolan ha davvero superato se stesso? Sembra impossibile rispondere alla domanda – o tentare di farlo – senza scontentare qualcuno. Fin da prima della sua uscita, la pellicola del regista premio Oscar è stata accompagnata dalle critiche dei detrattori e dagli elogi di chi crede ciecamente nelle abilità di Nolan. Ciò non è cambiato in seguito all’uscita di Odissea nei cinema e il dibattito si è fatto, se possibile, ancor più acceso.

Odissea è un film che divide, non perché risulti particolarmente controverso, ma perché rappresenta decisamente non tanto la trasposizione dell’epopea, ma l’interpretazione che ne dà il filmmaker. È l’Odissea di Nolan, non di Omero, così come il film con Jacob Elordi e Margot Robbie era il Cime Tempestose di Emerald Fennel, non di Emily Brontë.

Inevitabilmente, allora, Odissea si porta dietro tutte le caratteristiche peculiari del regista, le sue firme e il suo bagaglio artistico, ma così facendo perde lungo il percorso parte dell’identità stessa del poema. L’Odissea di Nolan è grandiosa, eppure il suo protagonista non lo è.

L’Odissea di Christopher Nolan cerca la grandezza a tutti i costi a scapito del protagonista

L’Odissea, così com’è arrivata a noi, è il racconto delle peregrinazioni di Ulisse dopo la guerra di Troia. Non può essere dunque un’epopea nel senso puramente spettacolare del termine. Eppure lo diventa nella sua versione cinematografica firmata da Christopher Nolan, qui più che mai alla ricerca della grandezza, di tutto ciò che è fuori scala.

Il regista sembra voler sopraffare lo spettatore, abbagliarlo con la grandiosità delle immagini, con le musiche di Ludwig Göransson che accompagnano la tensione crescente del racconto del saccheggio di Troia o della preghiera di Polifemo a Poseidone. È l’opera più maestosa di Nolan, ma finisce col perdersi nell’ambizione del regista che sembra voler ricreare nello spettatore quello stesso sentimento di sublime kantiano, quasi desiderasse vedere il pubblico dell’Odissea tremare, in una sorta di sindrome di Stendhal, di fronte alla magnificenza dell’opera.

Ciò che manca, tuttavia, è lo strato più profondo e umano che rende il poema greco senza tempo. Nolan comprende l’Odissea nella sua sola esteriorità, ma la bellezza estetica non basta se non è supportata da elementi narrativi e umani più stratificati. E così Odissea diventa un semplice esercizio di stile che spoglia Ulisse di tutto ciò che lo rende un uomo dal multiforme ingegno.

Odisseo come Oppenheimer: il senso di colpa dell’eroe (americano) e la modernizzazione del mito

L’Ulisse di Nolan, interpretato sullo schermo da Matt Damon, si fa riflesso del più grande difetto del filmmaker: la difficoltà di umanizzare i suoi personaggi. Fallisce nel creare un canale di comunicazione diretta tra personaggi e pubblico nonostante Ulisse, Telemaco, Penelope e tutti i nomi che costellano l’universo narrativo del poema facciano parte dell’immaginario collettivo da 3000 anni.

Nonostante la distanza tra personaggi e pubblico rimanga, con un Ulisse che fatica a entrare sotto la pelle di chi guarda, coesiste con questo aspetto un tentativo di umanizzazione dell’eroe. Il punto, però, è che non ce n’era bisogno, non nel modo in cui Nolan sceglie di farlo.

L’Odisseo di Christopher Nolan, lo abbiamo già detto, non è quello di Omero, è un uomo divorato da un anacronistico senso di colpa, una persona che guarda al proprio passato e alle azioni compiute nel corso della guerra con disprezzo. Non è l’Ulisse che pecca di tracotanza (fatta eccezione per la sola sequenza – bellissima, non a caso – in cui sceglie di ascoltare il canto delle sirene), ma un eroe contemporaneo, visto e raccontato attraverso le lenti del 2026. Quello di Nolan è un eroe in cerca di una lotta equa, un uomo che tende l’arco e annuncia la propria presenza alle sue prede invece di bearsi della propria scaltrezza.

Nolan spoglia Odisseo dei suoi difetti, di quell’arroganza pari solo al suo ingegno, per raccontare idealmente un Oppenheimer in veste ellenica, una versione dell’eroe che ricalca il soldato veterano appetibile al pubblico americano, grande destinatario della pellicola.

Il tentativo presenta tuttavia un’insidia perché, nel cercare di applicare la definizione di eroe moderno a Ulisse, Christopher Nolan impoverisce l’Odissea di alcuni elementi caratteristici senza i quali, purtroppo, la storia perde mordente.

È evidente nella rappresentazione – o nella sua assenza – dell’intervento divino nel viaggio di Odisseo. Il divino assume qui una connotazione simil cristiana, con dèi assenti, personaggi costretti a compiere atti di fede e presenze fantasma come quella della stessa Atena, guida e consigliera di Ulisse.

Il film perde così l’occasione di mescolare la componente umana a quella mistica come inveve era riuscita a fare molto bene una serie comes Vikings pur solo nelle sue prime stagioni.

In questo senso, la visione di Nolan tende a un realismo che mal si amalgama al materiale di partenza, soprattutto considerando che non se ne discosta abbastanza per poter essere considerato un retelling originale, ma al tempo stesso se ne allontana troppo nella caratterizzazione dei personaggi per esserne considerato una trasposizione fedele.

L’Odissea di Nolan: epica in superficie e povera nella sostanza

Da un lato, dunque, c’è la grandiosità della produzione, ci sono le musiche e le scenografie, la curiosità nata da quella narrazione non lineare già elemento caratteristico di Oppenheimer. Dall’altro, però, restano l’eccessivo intento didascalico, tutto il detto che avrebbe dovuto cedere il passo al mostrato, l’abuso e la reinterpretazione della xenia, trasformata secondo necessità nella regola d’oro dell’empatia.

L’Odissea di Christopher Nolan è il tentativo di adattare un’epoca e una cultura alla contemporaneità, ma anziché avvicinare il suo pubblico all’antico, il regista compie la pericolosa operazione opposta. Nel farlo risucchia però dall’originale i guizzi di colore, l’unicità di Odisseo con la sua fame di conoscenza, la maestria degli inganni e il desiderio di far ritorno nella petrosa Itaca.

Così Odissea è il manifesto perfetto del cinema di Nolan: tecnicamente ineccepibile, visivamente monumentale, sonoramente totalizzante, ma che soffre ancora dell’unico (enorme) limite del suo autore, deumanizzare ciò che mette in scena anche quando l’umanità del protagonista è il motore che muove il mondo della narrazione.

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