Carrie, la serie TV di Mike Flanagan
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Ottobre significa spooky season e spooky season vuol dire scorpacciata di film e serie horror a tema streghe, fantasmi ed esorcismi.

La serie Carrie di Mike Flanagan su Prime Video, basata sul celebre romanzo di Stephen King e attesissima da tutti i fan del genere, è arrivata proprio nel momento giusto. Cosa c’è di meglio di un massacro di giovani durante un ballo sanguinolento per festeggiare Halloween?

Maestro del brivido su piccolo e grande schermo, Mike Flanagan è capace di adattare racconti e romanzi horror con una sensibilità rara. Utilizza la paura per affrontare tematiche universali: lutto e salute mentale in Hill House, fanatismo religioso in Midnight Mass, l’eros in Bly Manor e il thanatos in The Life of Chuck – Il gioco dell’anima. E ancora l’avarizia ne La caduta della casa degli Usher e la violenza sulle donne ne Il gioco di Geralt.

Una Carrie moderna tra bullismo e cyberbullismo, la recensione della nuova serie di Mike Flanagan

La sua Carrie, come anticipato dai trailer che ne hanno preceduto la distribuzione, porta la storia di Stephen King ai giorni nostri, in cui la protagonista diventa una vittima di bullismo alle prese con dinamiche e contraddizioni della società contemporanea: parallelismi con le stragi nelle scuole americane, riferimenti a reali casi di abusi domestici come quello della famiglia Turpin, e naturalmente il potere dei social e la rapidità con cui le notizie si diffondono e assumono proporzioni gigantesche, trasformando un episodio isolato in un caso mediatico.

Nonostante lo scetticismo e i pregiudizi dei fan legati all’originale, un retelling in chiave moderna aveva perfettamente senso, sia per offrire una lettura contemporanea delle tematiche del romanzo, sia per portare un tocco di freschezza a un titolo proposto praticamente identico in tutti i suoi adattamenti.

Margaret White e i personaggi grigi di Carrie su Prime Video

Per Carrie, Mike Flanagan ha scelto un approccio che si muove tra le sfumature di grigio. I personaggi sono interessanti perché ambigui. I cattivi mostrano una crudeltà meno ostentata e più sottile, mentre i buoni presentano delle zone d’ombra che limitano la loro capacità di cambiare le cose.

Uno degli esempi più importanti di tale approccio è rappresentato dalla madre della protagonista, Margaret White. È vero, il suo fanatismo religioso avrebbe meritato maggior approfondimento, rendendo il personaggio più vicino a quello interpretato da Piper Laurie nel film del 1976. Nella versione di Flanagan, invece, la crudeltà di Margaret assume la forma della subdola manipolazione più che del sadismo. Si tratta di una scelta che rappresenta bene le situazioni di violenza in cui il carnefice convince la vittima che un abbraccio e uno schiaffo, un momento di tenerezza e una punizione corporale siano due facce della stessa medaglia, quella dell’amore.

La Carrie di Mike Flanagan subisce abusi domestici esattamente come le sue versioni precedenti, il tutto nella più totale indifferenza di chi potrebbe intervenire.

L’omertà è una delle protagoniste principali della serie. Vicini di casa, compagni di scuola, insegnanti, servizi sociali… Tutti sanno, o quantomeno intuiscono, ciò che Carrie subisce all’interno delle mura domestiche, ma nessuno fa davvero la differenza. Il massacro al ballo è una tragedia annunciata, eppure persino gli adulti lasciano che accada in un clima di apatia e omertà.

Dare una dimensione psicologica tridimensionale ai personaggi è importante, e una narrazione in otto episodi per la storia di Carrie ha permesso di creare un contesto e un background capaci di spiegare (senza giustificare) le dinamiche sociali all’interno della scuola. Perché Chris si comporta da bulla? Perché gli insegnanti si mostrano così noncuranti nei confronti dei loro studenti?

Un finale che tradisce il potenziale della protagonista

I problemi arrivano nella seconda parte della serie, quando queste zone d’ombra vengono appiattite e si arriva a una distinzione assoluta tra bianco e nero, tra buoni e cattivi. I compagni di scuola smettono di essere bulli e si schierano dalla parte di Carrie, Margaret sembra quasi pentirsi del dolore causato alla figlia e purtroppo la stessa Carrie non compie l’arco trasformativo che ci saremmo aspettati, cadendo nello stereotipo della vittima perfetta più che diventare carnefice nei confronti dei suoi aguzzini, il mostro creato da altri mostri.

Durante la notte del ballo, la protagonista perde la propria autonomia e lascia che siano altri a compiere la strage al suo posto. Le sue vittime sono quasi tutte accidentali e il desiderio di rivalsa della protagonista viene meno, così come la soddisfazione degli spettatori nel vedere Carrie compiere la propria vendetta.

La nuova serie di Mike Flanagan funziona dunque come rilettura in chiave moderna del romanzo di Stephen King, ma perde potenza e delude nel finale, quando arriva il momento della resa dei conti. Carrie resta un personaggio che subisce e basta, senza prendere in mano i fili della sua stessa storia.

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